-Il canto dei chiodi-

scritto da Giangi7723
Scritto 8 mesi fa • Pubblicato 8 mesi fa • Revisionato 8 mesi fa
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Ci sono ferite che non si rimarginano mai, e ci sono parole che restano imprigionate dentro di noi. Questo racconto nasce dal bisogno di dare forma a quel silenzio: la paura di perdere, il rimorso di non aver detto...
- Nota dell'autore Giangi7723

Testo: -Il canto dei chiodi-
di Giangi7723

Il vento della pianura portava odore di ferro, sudore e di paura. Una giovane guerriera, capelli rossi come le fiamme, occhi azzurri come il cielo d’inverno, stringeva la sua spada e sentiva il cuore battere più forte del tamburo che annunciava lo scontro.

Davanti a sé, il nemico. Accanto a sé, compagni troppo giovani, troppo fragili. Un ragazzo con la bandiera tremava, e lei pensava: “Non è troppo presto per lui? Non è troppo giovane? Chi perderò questa volta?”

Ma la mente, traditrice, la riportava indietro. Aveva solo sette anni quando il padre, tagliaboschi, una sera non tornò più. Un tronco caduto, un incidente...gli dissero. Ma la sua voce si spense per sempre. Da quel giorno, la casa si riempì di silenzi e di fatica. La madre si fece in quattro: lavorava senza tregua, cuciva, vendeva, barattava, e ogni sera tornava con le mani screpolate e gli occhi stanchi. Non voleva che la figlia sentisse la mancanza del padre; cercava di colmare il vuoto con amore, con sacrifici quotidiani, con una forza che sembrava inesauribile.

Ma lei non lo vedeva, non lo capiva, era troppo concentrata su se stessa. Forse era troppo giovane, troppo ferita, troppo arrabbiata. Le sembrava che il mondo fosse contro di lei, che nessuno capisse il dolore che portava dentro, che nessuno cercasse di capirla. Non notava i gesti della madre, non riconosceva il valore di quelle rinunce. Voleva solo il padre, e ogni altra cosa le sembrava inutile.

Fu allora che un mercenario la notò. Un uomo duro, segnato dalle battaglie, che vide in quella ragazza dai capelli rossi una scintilla di forza. Le insegnò l’arte della spada, le parlò di libertà, onore, gloria,  così la convinse a seguirlo. Lei partì, contro il volere della madre, contro le lacrime che la imploravano di restare. Non voleva più sentirsi prigioniera di un destino che non aveva scelto, voleva scrivere da sola la sua storia.

Ma con il tempo, la ribellione si trasformò in rimorso. Ogni colpo di spada, ogni notte passata accanto al fuoco, le riportava alla mente il volto della madre. Capì finalmente il dolore che le aveva inflitto, la solitudine a cui l'aveva condannata. Avrebbe voluto tornare, chiedere scusa, inginocchiarsi e dire: “Perdonami.” Ma non trovava le parole. La paura di non essere accolta la paralizzava, più di affrontare la morte in battaglia.

Dentro di lei vedeva le persone che amava come chiodi piantati saldamente in un muro. Finché vivevano i chiodi restavano piantati, saldi, a tenere insieme la sua esistenza. Alcuni ben piantati in profondità, come l'amore per il padre e la madre; altri meno saldi, ma comunque presenti. Quando una persona moriva, il chiodo cadeva a terra e lasciava un buco: a volte piccolo, quasi insignificante, altre volte così grande da non potersi colmare. Il chiodo di suo padre era già caduto, e quel vuoto non si era mai chiuso. La madre invece era ancora lì, chiodo vivo e saldo, ma proprio per questo il dolore era diverso: voleva chiederle perdono, ma non trovava il coraggio. Così il chiodo restava, vivo, pulsante, a ricordarle ogni giorno ciò che non riusciva a dire.

Ora, in prima linea, la guerriera sentiva tutti quei chiodi dentro di sé. Non erano soltanto i compagni che respiravano accanto a lei, ma anche i vuoti che portava incisi nella carne: amici caduti, amanti perduti, fratelli d’armi che non avevano più alzato la spada. Ogni volto sparito era un chiodo caduto, e il buco che lasciava non si chiudeva mai. Alcuni erano fenditure sottili, appena percettibili; altri voragini spalancate, che le avevano strappato pezzi di cuore.

La paura che la stringeva non era nuova per lei: era un dolore che conosceva già, il dolore di vedere un sorriso dissolversi per sempre, di sentire un nome trasformarsi in ricordo, di accorgersi che chi ieri era vivo oggi non c’era più. Ma il tormento più grande era diverso, più feroce: la paura di perdere chi ancora respirava, chi ancora poteva essere salvato. Guardava il ragazzo con la bandiera, troppo giovane per morire, e il compagno al suo fianco, e sentiva che ogni respiro poteva essere l’ultimo.

Era questo il vero supplizio: vivere con la consapevolezza che ogni chiodo saldo, ogni persona viva, poteva cadere da un momento all’altro, lasciando un buco impossibile da colmare. E lei, inchiodata a quella linea di battaglia, tremava non solo per sé, ma per tutti i volti che amava e che temeva di perdere.

Il corno urlò, e la pianura si riempì di un fragore che sembrava provenire dal ventre della terra. Il cielo si oscurò, la polvere si sollevò, e per un istante tutto si fermò.

Lei sollevò la spada, e il mondo intorno a lei si trasformò in immagini: il volto del padre che svaniva tra i tronchi della foresta, le mani della madre screpolate che stringevano la sua infanzia, gli occhi dei compagni che brillavano come stelle pronte a spegnersi.

Il tempo si dilatò. Ogni respiro era un lampo, ogni battito un tuono. La paura e l’amore si confusero, e la vita e la morte si sfiorarono come due amanti che non si incontrano mai.

Poi, un urlo squarciò il silenzio. La linea avanzò, il metallo scintillò, e i due fronti si scontrarono.

E nessuno seppe se in quell’istante la guerriera stava entrando nella leggenda… o se il suo nome stava già scivolando nel regno dei ricordi...

-Il canto dei chiodi- testo di Giangi7723
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